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Bob Lienhard: un americano in Brianza
08/12/2006 08:54   
«Ora l’Italia è casa mia»

PER SUA stessa ammissione, pensa e sogna in italiano. Straordinaria davvero è l’avventura sportiva e umana di Robert Lienhard, per tutti semplicemente Bob, giunto a Cantù per giocare a basket e qui fermatosi per sempre. Per amore, avendo sposato Angela, canturina doc: un matrimonio che dura da ben trentatré anni. Bob Lienhard, nato il 2 aprile 1948 a New York, nel Bronx, pivot, 208 cm, ha esordito con la Pallacanestro Cantù nella stagione ’70-71, chiudendo nel ‘77-78. In mezzo uno scudetto, una Intercontinentale, 2 Coppe delle Coppe e 3 Korac, oltre a 3354 punti, settimo realizzatore di sempre del club. «Quando sono sbarcato alla Malpensa non sapevo una parola d’italiano e nessuno parlava inglese. Ho subito cominciato a studiare la nuova lingua. In allenamento si parlava italiano e brianzolo, e il dialetto si usava anche in partita se non ci si voleva far capire dagli avversari».

NON PAGO di avere appreso la lingua di Dante, Lienhard ha imparato presto anche il dialetto, di cui comprende ogni sfumatura. «Grande era lo spirito di quella squadra – prosegue Bob - Amavamo il gioco, ci divertivamo, eravamo tutti giovani e, soprattutto, eravamo come una famiglia, amici in campo e fuori. In questo consisteva il nostro segreto, non solo nel lavoro duro in allenamento e nell’applicazione in partita. Giocavamo uno per tutti e tutti per uno, senza che qualcuno si preoccupasse del proprio tabellino: 1 punto, 10 punti, 30, che importanza aveva? Contava solo la squadra e per una sconfitta non si cercava mai il colpevole. Semmai, per riprendere a vincere, si tornava a lavorare sodo. Tutto senza portare a casa carriolate di soldi». Nel ‘78 Bob ottiene finalmente il passaporto italiano, rinunciando a quello americano, una scelta di vita. Mal ripagata, poiché la Federazione Italiana Pallacanestro non lo riconosce, pur essendo cittadino italiano, come un giocatore nostrano, contrariamente a quel che era l’indirizzo della Federazione internazionale. Nel frattempo Cantù aveva preso un altro straniero e Bob viene costretto a salire l’altare del sacrificio. «Ero una specie di apolide del basket. Ho dovuto pensare a trovarmi un altro lavoro».

L’INIQUITÀ del trattamento riservato a Lienhard desta ancora uno sdegnato stupore. Ma lui, brianzolo ormai nel midollo, si rimbocca le maniche e comincia a lavorare. Finisce di ristrutturare la casa su un poggio, in cui tuttora vive, e gioca nelle serie minori, per pura passione, prima del definitivo ritiro. «Non mi sono mai pentito di non avere fatto ritorno in America. Sono venuto qui per maturare e tornare, poi ho scoperto che era bello e sono rimasto».
ALBERTO FIGLIOLIA
Il Giorno