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Il patron Brugnaro e la storia dell’Umana Reyer Venezia: “Nel tempo questo club è diventato un grande progetto civico, sociale e culturale”

L’imprenditore e sindaco della città è stato intervistato su “Il Gazzettino”

Il patron Brugnaro e la storia dell’Umana Reyer Venezia: “Nel tempo questo club è diventato un grande progetto civico, sociale e culturale”

In occasione del 150° anniversario dalla fondazione dell’Umana Reyer Venezia, il patron Brugnaro ha ricordato su “Il Gazzettino” il momento in cui ha acquisito la proprietà del club più di 16 anni fa: “Nel 2004 il sindaco dell'epoca, Paolo Costa, centrosinistra, mi chiese se fossi disposto a sponsorizzare la squadra femminile della Reyer. La scintilla scoccò così. Quando due anni dopo mi cercò il suo successore, Massimo Cacciari, per chiedermi di rimettere in piedi la storia del basket a Venezia, decisi che lo avrei aiutato. La Reyer era una gloria antica, una società sportiva unica. Reyerini si nasce, non si diventa. Guardavo allo sport come progetto importante per l'educazione dei giovani. E pensavo già alla Città metropolitana, a Venezia e a Mestre, alle due squadre insieme più forti e unite. Pensavo ai ragazzi che avrei potuto strappare dalle strade, dalle cattive compagnie, dal divano. Fondemmo le tre realtà cestistiche: la squadra femminile, i cui diritti mi furono dati da Giorgio Chinellato e Paolo De Zotti; il marchio della Reyer di Venezia, trasferitomi gratuitamente da Mauro Pizzigati, Luciano Bertoncello e Ferdinando Bellegotti; quello dei Bears di Mestre, che mi è stato ceduto da Roberto Casson. Così fondai la Reyer Venezia Mestre Spa. Chiamai a raccolta tutte le persone innamorate di questa città e che avrebbero potuto aiutarci. Mi stupì scoprire il grande cuore degli sportivi veneziani. Il palazzetto dello sport cittadino, regalato dalle aziende di Porto Marghera e dedicato a Giuseppe Taliercio, il direttore dello stabilimento petrolchimico Montedison ucciso dalle Brigate rosse nel 1981, era grande solo nel nome. Per il resto, il vuoto più totale”.

“Ma non mi persi d'animo – prosegue Brugnaro – Per far sentire il calore del pubblico alla squadra femminile, comprai dei tamburi da dare a dei ragazzi che volessero batterli. Quando giocavamo in trasferta, con mia moglie Stefania e pochi altri ci mettevamo a bordo campo e martellavamo i tamburi come fossimo indemoniati. (...) In tutti questi anni abbiamo perso e abbiamo vinto. Poco importa. La Reyer nel tempo è diventata un grande progetto civico, sociale, culturale. Abbiamo quasi una quarantina di società sportive che si sono legate in un territorio molto vasto e speriamo di allargarlo ulteriormente. Mi vengono i brividi a pensare a quanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze, oltre 6.500, sono stati orgogliosi di vestire la maglia orogranata, i colori del la bandiera di san Marco. E mi pare di sognare quando vedo che c'è cucito sopra lo scudetto tricolore, l'ultimo dei due vinti in un triennio, dopo 74 anni di passione”.

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